LA MUSICA IN ANDORRA
L’Andorra è una piccola nazione sui Pirenei, a metà tra la Francia e la Spagna. A metà è anche la sua cultura e quindi la sua musica, anche se più rivolta alla Spagna, o meglio alla cultura catalana. È infatti in questa lingua che si esprime la danza popolare sardana, mentra in questa e altre lingue si esprime l’altra danza degna di nota, cioè la marratxa.
Sempre in catalano canta una delle poche cantanti pop: Marta Roure. La sua Jugarem a estimar nos si fonda sulla struttura ben consolidata di str. + rit. + str. + rit. + variazione + rit.; ma nella sua semplicità melodica è godibile per la dolce voce della cantante, inzuccherata dall’esotocità del catalano, una lingua che raramente si sente nella musica. Un’altra sua canzone degna di nota è Boig per tu.
Si può anche accennare a un’altra cantante, Susanne Georgi che ne La teva decisio (your decision) mischia catalano e inglese per raggiungere un pubblico più vasto, e ha una bella intuizione nel creare un ponte tra str. e rit. che spezza la solita sonorità pop con una specie di secco elettropop, con una tastiera ritmata che fa il verso alla melodia anche’essa molto spezzata in sillabe. Tutto sommato il risultato è molto pop, ma non dilettante.
lunedì 20 giugno 2011
lunedì 6 giugno 2011
ANDATE A VOTARE AL REFERENDUM!
ANDATE A VOTARE AL REFERENDUM! (e possibilmente, votate sì)
giovedì 19 maggio 2011
LA MUSICA IN ARGENTINA
LA MUSICA IN ARGENTINA
Il tango nel paese d’argento non è nè il punto di partenza, nè il punto d’arrivo, ma il fulcro di passaggio, potremmo certamente dire fondamentale, specie per la risonanza internazionale che questo ballo ebbe nel mondo, a partire, pensate un po’, dai primi del Novecento, più o meno negli anni ’20 in Europa, anche se ogni tanto ci sembra di (ri)scoprirlo per la prima volta. E col tango al centro, la più bella storia argentina parte dalle danze popolari e arriva al più grande artista di questo paese, che, come accade purtroppo solo raramente, è una donna: Mercedes Sosa.
Una storia che racchiude quasi tutta la musica più saliente dell’Argentina, ad eccezione di quella parte della classica del Novecento, che vede nella grnade figura inventiva di Maurice Kagel, il merito di ottenere un posto di rilievo nell’avanguardia internazionale, caso raro per un paese che non appartiene all’Europa o al Nord-America. Ma non dobbiamo scordarci che stiamo parlando di uno di quei due grandi paesi sudamericani che partecipano alla cultura occidentale, molte volte superandola, o almeno superandola nei settori più popolari e popular: sto parlando naturalmente del Brasile, in cui se la musica classica non ha avuto gli ottimi risultati argentini (a parte l’opera grazie a Villa-Lobos), le danze e le musiche popolari, diventate ormai popular, hanno conosciuto uno sviluppo maggiore, forse perchè meno adatte all’operazione che farà del tango il maestro Piazzolla nella musica classica. Ma la carne è tanta, e procediamo con ordine.
Come appunto avverrà per altri paesi sudamericani, la musica popolare argentina ha qualcosa di naturalmente superiore perché fusione di tre quinti del mondo: l’America (cioè i nativi), l’Europa (quindi i colonizzatori) e l’Africa (gli schiavi importati per lavorare). Quest’ultima componente è meno influente qui di come lo sarà per esempio in Brasile. La fusione comunque comporta questa peculiare caratteristica della musica: l’effetto biritmico tra melodia e accompagnamento, un continuo sfasamento fra gli schemi ritmici della voce (o melodia suonata) e accompagnamento. È quella caratteristica che ci fa riconoscere immediatamente un tango: quando ascoltiamo il classico La cumparsita, sul ritmo incalzante si strascica la melodia, in un gioco forse anche ovvio; ma ascoltiamo una delle evoluzioni massime del tango, ad esempio Libertango di Astor Piazzolla, e si capirà come al ritmo incalzante, scrosciante, quasi da temporale con percussioni e archi impazziti che si intrecciano in un accompagnamento che un jazzista definirebbe fusion, si contrappone la famosa melodia con note allungate.
È quindi una tradizione che parte da danze popolari, come la zamba (interessante a riguardo la popolare Mi tierra) proposta anche molto col cantato, oppure il bailecito. Numerose sono le musiche, anche se risulta difficile stabilirne dei confini netti per distinguerle. Tranne alcuni canti religiosi di origine prettamente europea come le saetas, tutte queste musiche presentano la peculiarità biritmica, come la chacarera, proposta dal fantasioso gruppo Los Carabajal. È infatti straordinaria all’ascolto la varietà d’inventiva pur negli stessi schemi e con i soliti strumenti, un’altra peculiarità questa del popolo sudamericano tutto, come sarà per esempio nella savia andina di Bolivia e Cile.
Passando per altri generi, come la famosa milonga, si arriva quindi al tango, che nasce alla fine dell’800, e si sviluppa in vari filoni. A parte quelli che tutti conosciamo, è da ascoltare il filone strumentale detto tango-milonga, quasi irriconoscibile per le nostra abitudini, e consiglio a proposito Boedo di Julio De Caro. Il tango è quindi veramente la musica rappresentativa di questo paese: per i motivi di incastro ritmico che abbiamo detto; ma anche perché si è tramutato in molte forme, come quella più sociale di Carlos Gardel (1887-1935); ed è entrato nella musica classica argentina, che come la maggior parte della musica classica dei paesi non “europeizzanti”, fonde il tessuto popolare autoctono con le forme europee, spezzando ancor di più quel limite labile tra musica colta-popolare-popular. Di questi compositori abbiamo già accennato a Piazzolla, che entra nelle storie della musica in tutti i generi. Ma mi piace citare Alberto Williams: ascolate per esempio tra le sue Cinque milonghe, la n. 4 Luciérnagas en la redecilla de mi china, e si sentirà in un solo pianoforte il profumo di chi è europeo e per questo compone, e il profumo di chi suona e per questo è sudamericano, e mischia vertiginose scale alla ricerca di se stesso nell’incastro di ritmi di milonga.
Alberto Ginastera ci permette di concludere la parabola classica, perché è un compositore che racchiude in sè, nella sua continua sperimentazione, Williams e Kagel, essendo passato dalla riproposizione del popolare (forse troppo etnomusicologica) all’avanguardia.
Più che parlare di qualche opera di Kagel, è bello riassumere per i profani i gesti avanguardistici più significativi di questo grande musicista: primo esecutore di musica concreta in Argentina; primo a impiegare a un testo verbale come puro materiale fonetico senza badare al significato, nel 1953-58 con Anagrama, nella cui esecuzione si richiedevano, oltre al canto, urli, schiocchi e fischi; insieme agli avanguardisti italiani, è il primo a trattare la musica seriale in modo scherzoso e non troppo serioso, specie nel teatro; nella sua opera Match due violoncellisti fanno a gara di acrobazie; prima di Tactil i musicisti compiono ridicoli esercizi ginnici di riscaldamento; in Der atem lo strumentista pulisce continuamente il suo strumento a fiato, borbotta delle frasi, e a volte suona qualche nota; in Sonant del 1961 inserisce nell’organico una chitarra elettrica. Questi racconti fanno capire che Kagel è forse più interessante negli aneddoti che nella musica in sè, o tutt’al più è interessante guardare; ma ci sono delle composizioni godibili, come le serie Ludwig Van; così in lui come in altri avanguardisti argentini come Gerardo Gandini nella sua Silbando.
C’è però una storia da concludere, molto più importante: dal fulcro del tango, si diceva, si sono sviluppati vari tipi di tango e una parte consistente della musica classica, ma soprattutto cantanti di popular music, con due temi fondamentali, l’amore e la lotta sociale, senza che un genere escluda l’altro per un artista. Se si ascolta Amor de mis amores di Soledad Pastorutti, si capisce come l’incastro ritmico sia in fondo un modo di fare delle canzoni interessanti. È difficile che però un cantante riesca a infilare più di una bella canzone di seguito sul tema dell’amore, e magari si finisce per perdere l’origine originale e finire nel canale del pop, come Luciano Pereyra. Meglio buttarsi sul sociale; ma anche qui si può rischiare la ripetitività, perdendo le solite origini, come forse accade a Evaristo Barrios.
Chi non perde nulla del passato, pur innovando continuamente, è Mercedes Sosa, sicuramente la stella argentina. La voce di questa cantante e interprete straordinaria esprime già da sola la passione di secoli di incontri musicali. E quando questa si fonda su ritmi e ritmiche particolari, come Chacarera del 55, si capisce di cosa sto parlando. La maturità raggiunta le permette di affrontare anche delle ninna-nanne come novità: Duerme negrito raccomanda al bimbo di dormire tranquillamente, perché la madre sta nel campo a lavorare duramente per la sua pace, e proprio nella grana della voce si comprende come la pace del bimbo sia l’unica vera paga per la madre. In Te recuerdo Amanda affronta ancora una volta il tema sociale, ma stavolata gli operai e l’amore tra un uomo e una donna; questa canzone sembra iniziare con un accompagnamento piano, europeo nella sua semplicità; ma quando il racconto arriva all’incontro tra Amanda e Manuel, e ai loro cinuqe minuti in cui la vita può essere eterna, ecco che la chitarra esplode nella gioia ritmica sudamericana; e pare proprio simbolismo quello di associare al lavoro di fabbrica il piano accompagnamento pop europeo, e alla gioia di cinque minuti eterni la fantasia ritmica sudamericana, come a dire che gli Europei hanno portato la fabbrica, ma la vita vera è solo argentina, anche se ridotta a pochi minuti di pausa, pochi minuti come quelli di una canzone. A questo traslato tra vita e canzone è dedicato uno dei suoi capolavori Se si calla el cantor: la portata rivoluzionaria del canto è affermata con la motivazione di una morte fisica e morale “se tace il cantante”, perché il silenzio diventa tacere davanti ai soprusi dell’umanità, che portano alla morte, e quindi la canzone vale più di un sindacato, perché sa parlare a tutto il mondo.
Il tango nel paese d’argento non è nè il punto di partenza, nè il punto d’arrivo, ma il fulcro di passaggio, potremmo certamente dire fondamentale, specie per la risonanza internazionale che questo ballo ebbe nel mondo, a partire, pensate un po’, dai primi del Novecento, più o meno negli anni ’20 in Europa, anche se ogni tanto ci sembra di (ri)scoprirlo per la prima volta. E col tango al centro, la più bella storia argentina parte dalle danze popolari e arriva al più grande artista di questo paese, che, come accade purtroppo solo raramente, è una donna: Mercedes Sosa.
Una storia che racchiude quasi tutta la musica più saliente dell’Argentina, ad eccezione di quella parte della classica del Novecento, che vede nella grnade figura inventiva di Maurice Kagel, il merito di ottenere un posto di rilievo nell’avanguardia internazionale, caso raro per un paese che non appartiene all’Europa o al Nord-America. Ma non dobbiamo scordarci che stiamo parlando di uno di quei due grandi paesi sudamericani che partecipano alla cultura occidentale, molte volte superandola, o almeno superandola nei settori più popolari e popular: sto parlando naturalmente del Brasile, in cui se la musica classica non ha avuto gli ottimi risultati argentini (a parte l’opera grazie a Villa-Lobos), le danze e le musiche popolari, diventate ormai popular, hanno conosciuto uno sviluppo maggiore, forse perchè meno adatte all’operazione che farà del tango il maestro Piazzolla nella musica classica. Ma la carne è tanta, e procediamo con ordine.
Come appunto avverrà per altri paesi sudamericani, la musica popolare argentina ha qualcosa di naturalmente superiore perché fusione di tre quinti del mondo: l’America (cioè i nativi), l’Europa (quindi i colonizzatori) e l’Africa (gli schiavi importati per lavorare). Quest’ultima componente è meno influente qui di come lo sarà per esempio in Brasile. La fusione comunque comporta questa peculiare caratteristica della musica: l’effetto biritmico tra melodia e accompagnamento, un continuo sfasamento fra gli schemi ritmici della voce (o melodia suonata) e accompagnamento. È quella caratteristica che ci fa riconoscere immediatamente un tango: quando ascoltiamo il classico La cumparsita, sul ritmo incalzante si strascica la melodia, in un gioco forse anche ovvio; ma ascoltiamo una delle evoluzioni massime del tango, ad esempio Libertango di Astor Piazzolla, e si capirà come al ritmo incalzante, scrosciante, quasi da temporale con percussioni e archi impazziti che si intrecciano in un accompagnamento che un jazzista definirebbe fusion, si contrappone la famosa melodia con note allungate.
È quindi una tradizione che parte da danze popolari, come la zamba (interessante a riguardo la popolare Mi tierra) proposta anche molto col cantato, oppure il bailecito. Numerose sono le musiche, anche se risulta difficile stabilirne dei confini netti per distinguerle. Tranne alcuni canti religiosi di origine prettamente europea come le saetas, tutte queste musiche presentano la peculiarità biritmica, come la chacarera, proposta dal fantasioso gruppo Los Carabajal. È infatti straordinaria all’ascolto la varietà d’inventiva pur negli stessi schemi e con i soliti strumenti, un’altra peculiarità questa del popolo sudamericano tutto, come sarà per esempio nella savia andina di Bolivia e Cile.
Passando per altri generi, come la famosa milonga, si arriva quindi al tango, che nasce alla fine dell’800, e si sviluppa in vari filoni. A parte quelli che tutti conosciamo, è da ascoltare il filone strumentale detto tango-milonga, quasi irriconoscibile per le nostra abitudini, e consiglio a proposito Boedo di Julio De Caro. Il tango è quindi veramente la musica rappresentativa di questo paese: per i motivi di incastro ritmico che abbiamo detto; ma anche perché si è tramutato in molte forme, come quella più sociale di Carlos Gardel (1887-1935); ed è entrato nella musica classica argentina, che come la maggior parte della musica classica dei paesi non “europeizzanti”, fonde il tessuto popolare autoctono con le forme europee, spezzando ancor di più quel limite labile tra musica colta-popolare-popular. Di questi compositori abbiamo già accennato a Piazzolla, che entra nelle storie della musica in tutti i generi. Ma mi piace citare Alberto Williams: ascolate per esempio tra le sue Cinque milonghe, la n. 4 Luciérnagas en la redecilla de mi china, e si sentirà in un solo pianoforte il profumo di chi è europeo e per questo compone, e il profumo di chi suona e per questo è sudamericano, e mischia vertiginose scale alla ricerca di se stesso nell’incastro di ritmi di milonga.
Alberto Ginastera ci permette di concludere la parabola classica, perché è un compositore che racchiude in sè, nella sua continua sperimentazione, Williams e Kagel, essendo passato dalla riproposizione del popolare (forse troppo etnomusicologica) all’avanguardia.
Più che parlare di qualche opera di Kagel, è bello riassumere per i profani i gesti avanguardistici più significativi di questo grande musicista: primo esecutore di musica concreta in Argentina; primo a impiegare a un testo verbale come puro materiale fonetico senza badare al significato, nel 1953-58 con Anagrama, nella cui esecuzione si richiedevano, oltre al canto, urli, schiocchi e fischi; insieme agli avanguardisti italiani, è il primo a trattare la musica seriale in modo scherzoso e non troppo serioso, specie nel teatro; nella sua opera Match due violoncellisti fanno a gara di acrobazie; prima di Tactil i musicisti compiono ridicoli esercizi ginnici di riscaldamento; in Der atem lo strumentista pulisce continuamente il suo strumento a fiato, borbotta delle frasi, e a volte suona qualche nota; in Sonant del 1961 inserisce nell’organico una chitarra elettrica. Questi racconti fanno capire che Kagel è forse più interessante negli aneddoti che nella musica in sè, o tutt’al più è interessante guardare; ma ci sono delle composizioni godibili, come le serie Ludwig Van; così in lui come in altri avanguardisti argentini come Gerardo Gandini nella sua Silbando.
C’è però una storia da concludere, molto più importante: dal fulcro del tango, si diceva, si sono sviluppati vari tipi di tango e una parte consistente della musica classica, ma soprattutto cantanti di popular music, con due temi fondamentali, l’amore e la lotta sociale, senza che un genere escluda l’altro per un artista. Se si ascolta Amor de mis amores di Soledad Pastorutti, si capisce come l’incastro ritmico sia in fondo un modo di fare delle canzoni interessanti. È difficile che però un cantante riesca a infilare più di una bella canzone di seguito sul tema dell’amore, e magari si finisce per perdere l’origine originale e finire nel canale del pop, come Luciano Pereyra. Meglio buttarsi sul sociale; ma anche qui si può rischiare la ripetitività, perdendo le solite origini, come forse accade a Evaristo Barrios.
Chi non perde nulla del passato, pur innovando continuamente, è Mercedes Sosa, sicuramente la stella argentina. La voce di questa cantante e interprete straordinaria esprime già da sola la passione di secoli di incontri musicali. E quando questa si fonda su ritmi e ritmiche particolari, come Chacarera del 55, si capisce di cosa sto parlando. La maturità raggiunta le permette di affrontare anche delle ninna-nanne come novità: Duerme negrito raccomanda al bimbo di dormire tranquillamente, perché la madre sta nel campo a lavorare duramente per la sua pace, e proprio nella grana della voce si comprende come la pace del bimbo sia l’unica vera paga per la madre. In Te recuerdo Amanda affronta ancora una volta il tema sociale, ma stavolata gli operai e l’amore tra un uomo e una donna; questa canzone sembra iniziare con un accompagnamento piano, europeo nella sua semplicità; ma quando il racconto arriva all’incontro tra Amanda e Manuel, e ai loro cinuqe minuti in cui la vita può essere eterna, ecco che la chitarra esplode nella gioia ritmica sudamericana; e pare proprio simbolismo quello di associare al lavoro di fabbrica il piano accompagnamento pop europeo, e alla gioia di cinque minuti eterni la fantasia ritmica sudamericana, come a dire che gli Europei hanno portato la fabbrica, ma la vita vera è solo argentina, anche se ridotta a pochi minuti di pausa, pochi minuti come quelli di una canzone. A questo traslato tra vita e canzone è dedicato uno dei suoi capolavori Se si calla el cantor: la portata rivoluzionaria del canto è affermata con la motivazione di una morte fisica e morale “se tace il cantante”, perché il silenzio diventa tacere davanti ai soprusi dell’umanità, che portano alla morte, e quindi la canzone vale più di un sindacato, perché sa parlare a tutto il mondo.
martedì 12 aprile 2011
IL BERLUSCONIANO
IL BERLUSCONIANO
Il berlusconiano reinventa la morale
giorno per giorno, anno per ano,
con la faccia saccente di chi può aver ragione,
magari non ce l’ha, ma è pur sempre un’opinione.
Ha sempre un concreto risultato
per il megafono al microfono del diafano;
non è sua la colpa
se chi lo incolpa
non si discolpa;
ha l’ultima parola
perché chi lo ignora non ha vinto.
Il berlusconiano ha scoperto che chi è contro di lui lo accusa,
e deduce che chi lo accusa è contro di lui.
Ma trae linfa dal suo male,
condendo di vittimismo
il populismo del giornale.
Tra ammoniti e squalificati
porta a casa tre punti,
contesta l’arbitro
e il libero arbitrio.
Il berlusconiano reinventa la morale
giorno per giorno, anno per ano,
con la faccia saccente di chi può aver ragione,
magari non ce l’ha, ma è pur sempre un’opinione.
Ha sempre un concreto risultato
per il megafono al microfono del diafano;
non è sua la colpa
se chi lo incolpa
non si discolpa;
ha l’ultima parola
perché chi lo ignora non ha vinto.
Il berlusconiano ha scoperto che chi è contro di lui lo accusa,
e deduce che chi lo accusa è contro di lui.
Ma trae linfa dal suo male,
condendo di vittimismo
il populismo del giornale.
Tra ammoniti e squalificati
porta a casa tre punti,
contesta l’arbitro
e il libero arbitrio.
lunedì 21 marzo 2011
VITA - UNA PAROLA UNA POESIA # 10
VITA
Cavalli
alati
oltrano
sentieri
Cavalli
alati
oltrano
sentieri
lunedì 14 marzo 2011
MUTO - UNA PAROLA UNA POESIA # 8
MUTO
Scoprendomi animale inerme
con l’adrenalina che soffoca i reni,
non ho chiesto per chi suonasse la campana:
un sussulto mi è bastato a capire che suonava anche per me.
Mia sorella delle montagne
mi aveva promesso di saper volare,
e gli sciacalli stuprano una disabile inerme.
Fosse stata inerme quando tutti la pregavano di fermarsi
e più con lei non posso parlare:
parole protese.
Scoprendomi animale inerme
con l’adrenalina che soffoca i reni,
non ho chiesto per chi suonasse la campana:
un sussulto mi è bastato a capire che suonava anche per me.
Mia sorella delle montagne
mi aveva promesso di saper volare,
e gli sciacalli stuprano una disabile inerme.
Fosse stata inerme quando tutti la pregavano di fermarsi
e più con lei non posso parlare:
parole protese.
martedì 8 marzo 2011
Sempre sia lodato
Se ne è parlato e sparlato, e quindi lo voglio fare anch’io. Il cosiddetto Lodo Alfano è solo l’ultima di una lunga serie di incredibili invenzioni per l’autodeterminazione del potere. E, aggiungo, meno male che Silvietto c’è (o c’è stato).
Non scherzo: Silvietto è l’ultimo passo, l’ultima prova. Non credo possa esistere altro, oltre. Se dopo Mussolini (eh, ma c’era la dittatura, rischiavi la fucilazione), Andreotti (eh, si stava meglio quando si stava peggio) e Craxi (eh, almeno il lavoro era sicuro) le scuse che si accampavano avevano sempre, nell’immaginario collettivo, un motivo fondante per “reggere”, dopo Silvietto le chiacchiere stanno a zero. Silvietto è la prova finale di cosa è realmente il potere. Non ci sono più scuse, e di questo lo ringrazio di cuore: è la prova tangibile della dilagante devastazione del tutto.
Rinfreschiamo la memoria:
1925/26 – Benzino Napaloni
Le leggi fascistissime accorpano il potere giuridico a quello esecutivo. In questa sede, me ne frego degli aspetti assolutistici inerenti alla modifica della legge elettorale, alla proibizione del diritto di sciopero per tutti i sindacati non-fascisti, all’omicidio Matteotti (vera anticamera delle leggi fascistissime) e all’albo dei giornalisti ideato e creato ad arte per il controllo delle voci. Tutto ciò esula dal punto. Il punto è che il potere ha dovuto scriverlo: io, esecutivo (cioè potere di applicare le leggi), mi prendo il giudiziario (cioè potere di giudicare chi quelle leggi le rispetta o no). Nel 1945 finisce la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1948 l’Italia viene chiamata a votare per scegliere tra essere una Monarchia o una Repubblica. Quest’ultima viene votata con un margine strettissimo di maggioranza: 8 punti percentuali. La Costituzione, basata su valori pienamente antifascisti, stabilisce che la Repubblica sia un ordinamento opposto a ciò che l’Italia ha conosciuto durante gli anni precedenti.
1978 – Andrea Giuliotti
Non mi dilungo, solo un paio di dati: Andreotti è il potere (che, come lui stesso ebbe a dire, logora solo chi non ce l’ha); impossibile quindi non parlarne. Basti pensare che attraversa l’intiera nostra storia repubblicana con incarichi importanti ancora fino al 21 febbraio 2007 (la sua astensione come Senatore a vita provocò la crisi del II Governo Prodi e le conseguenti dimissioni del Presidente del Consiglio) o fino al 20 aprile 2008, giorno in cui fu presidente provvisorio del Senato.
Andreotti è lo stesso uomo che nel 1978 firmò la legge 194 (legge sull’aborto) pur di «non compromettere una situazione politica già delicatissima». Questa scelta dimostra l’irrazionalità della democrazia (argomento che tratterò in altra sede): chi votava DC, cioè sceglieva coloro i quali avrebbero poi rappresentato i propri valori, interessi e quant’altro in Parlamento, avrebbe voluto la legge sull’aborto?
Inoltre, durante il rapimento Moro, il Divo sposa la linea della fermezza rifiutando di trattare con i rapitori, per salvaguardare la «ragion di Stato». Per salvaguardare la ragion di Stato…
1985 – Bottino Crassi
Oltre ad essere il cofirmatario con il Segretario di Stato Vaticano cardinal Agostino Casaroli del Nuovo Concordato (o Accordi di Villa Madama - 1984) con cui si istituiva l’8 per mille (!), l’immunità delle figure ecclesiastiche (!!), la parificazione delle scuole private cattoliche a quelle pubbliche (!!!) e l’impossibilità da parte della forza pubblica di requisire, occupare, espropriare, demolire o violare gli Edifici di Culto, anche su suolo italico (!!!!), Bettino Craxi è il papi di Papi.
Torino, Roma e PESCARA ingiungono al Gruppo Fininvest di sospendere le trasmissioni nei loro territori in quanto in violazione dell’articolo 195 del Codice Postale. Bottino ci si mette d’impegno, pone la fiducia (!!!!!) e converte in legge il decreto Berlusconi precedentemente (28 novembre 1984) bocciato. La strada è diventata un’autostrada, per Silvietto.
1994 – Silvietto I, Imperatore di Birbonia
Silvietto è un piduista. Cioè un massone. Purtroppo la lista con i nomi degli appartenenti alla Loggia eversiva Propaganda 2 è stata trovata (17 marzo 1981). L’Articolo 18 della Costituzione della Repubblica Italiana proibisce «le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare». Questo significa, in soldoni, che quello che è successo per la quarta volta venerdì 9 maggio 2008 alle 17.00 precise, cioè Silvietto che, di fronte al Presidente della Repubblica, recita tutto d’un fiato «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione» è irreale. Non può essere successo. Intanto lui è lì.
E intanto…
Qui dovrebbe seguire una lista delle leggi proposte, discusse ed approvate dal nostro Parlamento negli ultimi 17 anni, per coerenza con lo scopo del post, cioè rimarcare l’autodeterminazione del potere, qualunque potere sia (Mussolini dittatore, Andreotti democristiano, Craxi socialista e Berlusconi birbone); ma non sono Travaglio e non ne ho nessuna voglia. Mi basta parlare di una legge, e non di Berlusconi, ma di quella fogna che si autodefinisce centrosinistra; la dimostrazione matematica di come il potere si autodetermini è in quell’unica legge che il centrosinistra aveva il dovere morale di varare e non ha varato: il conflitto d’interessi. Una sola riga.
Art. 1: chiunque sia beneficiario di concessioni pubbliche non può ricoprire ruoli istituzionali.
Quanto, tre minuti di lavoro? Facciamo quattro, per le fotocopie? NO, NEANCHE! Perché:
DPR 361 del 30 marzo 1957, Articolo 1, comma 1–
«Non sono eleggibili [...] coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta»
I comunisti, sicuramente. Anche perché Silvietto aveva già 21 anni, quindi si sono premuniti.
Insomma la legge c’è già, e cosa succede quando chi deve far rispettare le leggi non le rispetta?
La risposta è KaOs.
Chiudo con una citazioncina strabusata, ma ci sta:
«Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere» Montesquieu (1689-1755)
Parafrasando O’Toole nella sua chiosa alla legge di Murphy, dirò che Montesquieu era uno stupido ottimista.
Alla prossima.
http://zazzaradipasquale.blogspot.com
Piccola curiosità: chi ha scelto Fratelli d’Italia come inno nazionale? Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti, il 12 ottobre del 1946.
Grossa curiosità: la prima Legge Andreotti è del 1949. In qualità di sottosegretario allo spettacolo, il nostro decretò quanto dovesse durare un film per essere considerato corto, medio o lungometraggio, ma non solo: la Legge Andreotti fissava le regole per i prestiti alle case di produzione. I film privi di punto di vista politico erano premiati da prestiti maggiori. Non ultimo, a un film poteva essere negata la licenza di esportazione se “diffamava l’Italia”. Per la cronaca: eravamo in pieno neorealismo.
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