I 100 MIGLIORI ALBUM DEL NUOVO MILLENNIO - n. 30
STAGIONI, Francesco Guccini
Anche se la migliore prova della sua età matura è "D'amore di morte e di altre sciocchezze"('96), rientra per un soffio in classifica l'album di uno dei più grandi cantautori italiani, per un soffio anche perché la sua uscita è febbraio del 2000, quindi composto e registrato negli anni '90. Essenzialmente è "Addio" a consacrarne la validità, che più d'uno ha riconosciuto come una moderna "Avvelenata", sua canzone da outsider di trent'anni prima. Nulla da eccepire ed è quanto vuole pubblico, critica e storia della musica: un'intertestualità che crei un senso con tutta l'opera di un'artista, che non deve mai gettare la spugna, nonostante la sua opera ne enunci paradossalmente e costantemente l'abbandono. Le altre canzoni confezionano un discreto album, ma poco c'è da notare se non quella splendida "Don Chisciotte", di cui però Guccini non ha scritto né musica né testo.
mercoledì 31 agosto 2011
sabato 20 agosto 2011
I 100 MIGLIORI ALBUM DEL NUOVO MILLENNIO (100-31)
I 100 MIGLIORI ALBUM DEL NUOVO MILLENNIO DAL N. 100 AL N. 31
Ho selezionato una lista di album del ventunesimo secolo appena iniziato; artisti o lavori che per me sono significativi. Discutibile quanto si vuole (sia l'operazione che le scelte), è una lista che prima di tutto ha un limite geografico: è logico che dal mio punto di vista di occidentale e italiano ci siano alcune nazioni predominanti. Infatti tra i 100 artisti 26 sono inglesi e 26 sono statunitensi, e ben 16 gli italiani; ci sono poi altre nazioni di cui conosco la musica, ma che hanno una presenza limitata (Francia, Armenia e Benin con 4; Germania, Canada e Svezia con 2; Argentina, Brasile, Australia, Olanda e Spagna con 1); mentre ci sono nazioni di cui non conosco bene la musica e che sono pur presenti con un artista (Giappone, Algeria, Azerbaigian, Bielorussia, Irlanda, Islanda, Burundi, Messico, Turchia). Ma si scrivono queste cose sui blog proprio per avere consigli, critiche e suggerimenti.
Questa dunque è la classfica dalla posisione n. 100 alla n. 31. Pian piano scopriremo i primi 30 commentando con due parole ogni album. A presto.
31. The way up, Pat Metheny
32. Fantasies & Delusions, Billy Joel
33. Hypnotize, System Of A Down
34. L’intagliatore di santi, Max Manfredi
35. Wathever, Laura Marling
36. Kid A, Radiohead
37. Selma songs, Bjork
38. Mwaliko, Lionel Loueke
39. Heathen Chemistry, Oasis
40. Exciter, Depeche Mode
41. The ultimate adventure, Chick Corea
42. Le dimensioni del mio caos, Caparezza
43. Avantasia – The metal Opera, Tobias Sammet & Co.
44. Reveal, R.E.M.
45. My Ummah, Sami Yusuf
46. 21st century breakdown, Green Day
47. By the way, Red Hot Chili Peppers
48. Rouge sang, Renaud
49. Songs and stories, George Benson
50. Oyo, Angelique Kidjo
51. Train of thought, Dream Theater
52. Ecstasy, Lou Reed
53. Fuad, Erkan Ogur & Djivan Gasparyan
54. Ëmëhntëhtt-Rê, Magma
55. Ritratti, Francesco Guccini
56. Karibu, Lionel Loueke
57. Just push play, Aerosmith
58. Accelerate, R.E.M.
59. Sambolera, Khadja Nin
60. Greendale, Neil Young
61. Nelson, Paolo Conte
62. I=II, Andromeda
63. Aerials, Kate Bush
64. Inferno, Motorhead
65. Gorillaz, Gorillaz
66. Steal this album, System Of A Down
67. Natural timbre, Steve Howe
68. Standing on the shoulder of giants, Oasis
69. Black clouds & silver linings, Dream Theater
70. Chaos and creation in the backyard, Paul McCartney
71. Resistenza e amore, Alessio Lega
72. Focus 9/New skin, Focus
73. Guero, Beck
74. Il sogno eretico, Caparezza
75. Everything that happens will happen today, Brian Eno & David Byrne
76. Dio è altrove, Marco Ongaro
77. Endless wire, Who
78. Devils & Dust, Bruce Springsteen
79. The power to believe, King Crimson
80. L’aldiquà, Samuele Bersani
81. Is there love in space?, Joe Satriani
82. Brave new world, Iron Maiden
83. Le roi des ombres, M
84. Real illusions: reflections, Steve Vai
85. Liberté, Cheb Khaled
86. Il vuoto, Franco Battiato
87. Death magnetic, Metallica
88. Elettra, Carmen Consoli
89. Working on a dream, Bruce Springsteen
90. Magnification, Yes
91. Rohmer, Rohmer
92. A night at the opera, Blind Guardian
93. Pezzi, Francesco De Gregori
94. Capital, Lyapis Trubetskoy
95. Snakes & arrows, Rush
96. Have a nice day, Bon Jovi
97. All that I am, Santana
98. The Marshall Mathers LP, Eminem
99. Dante XXI, Sepultura
100. Out of noise, Ryuichi Sakamoto
Ho selezionato una lista di album del ventunesimo secolo appena iniziato; artisti o lavori che per me sono significativi. Discutibile quanto si vuole (sia l'operazione che le scelte), è una lista che prima di tutto ha un limite geografico: è logico che dal mio punto di vista di occidentale e italiano ci siano alcune nazioni predominanti. Infatti tra i 100 artisti 26 sono inglesi e 26 sono statunitensi, e ben 16 gli italiani; ci sono poi altre nazioni di cui conosco la musica, ma che hanno una presenza limitata (Francia, Armenia e Benin con 4; Germania, Canada e Svezia con 2; Argentina, Brasile, Australia, Olanda e Spagna con 1); mentre ci sono nazioni di cui non conosco bene la musica e che sono pur presenti con un artista (Giappone, Algeria, Azerbaigian, Bielorussia, Irlanda, Islanda, Burundi, Messico, Turchia). Ma si scrivono queste cose sui blog proprio per avere consigli, critiche e suggerimenti.
Questa dunque è la classfica dalla posisione n. 100 alla n. 31. Pian piano scopriremo i primi 30 commentando con due parole ogni album. A presto.
31. The way up, Pat Metheny
32. Fantasies & Delusions, Billy Joel
33. Hypnotize, System Of A Down
34. L’intagliatore di santi, Max Manfredi
35. Wathever, Laura Marling
36. Kid A, Radiohead
37. Selma songs, Bjork
38. Mwaliko, Lionel Loueke
39. Heathen Chemistry, Oasis
40. Exciter, Depeche Mode
41. The ultimate adventure, Chick Corea
42. Le dimensioni del mio caos, Caparezza
43. Avantasia – The metal Opera, Tobias Sammet & Co.
44. Reveal, R.E.M.
45. My Ummah, Sami Yusuf
46. 21st century breakdown, Green Day
47. By the way, Red Hot Chili Peppers
48. Rouge sang, Renaud
49. Songs and stories, George Benson
50. Oyo, Angelique Kidjo
51. Train of thought, Dream Theater
52. Ecstasy, Lou Reed
53. Fuad, Erkan Ogur & Djivan Gasparyan
54. Ëmëhntëhtt-Rê, Magma
55. Ritratti, Francesco Guccini
56. Karibu, Lionel Loueke
57. Just push play, Aerosmith
58. Accelerate, R.E.M.
59. Sambolera, Khadja Nin
60. Greendale, Neil Young
61. Nelson, Paolo Conte
62. I=II, Andromeda
63. Aerials, Kate Bush
64. Inferno, Motorhead
65. Gorillaz, Gorillaz
66. Steal this album, System Of A Down
67. Natural timbre, Steve Howe
68. Standing on the shoulder of giants, Oasis
69. Black clouds & silver linings, Dream Theater
70. Chaos and creation in the backyard, Paul McCartney
71. Resistenza e amore, Alessio Lega
72. Focus 9/New skin, Focus
73. Guero, Beck
74. Il sogno eretico, Caparezza
75. Everything that happens will happen today, Brian Eno & David Byrne
76. Dio è altrove, Marco Ongaro
77. Endless wire, Who
78. Devils & Dust, Bruce Springsteen
79. The power to believe, King Crimson
80. L’aldiquà, Samuele Bersani
81. Is there love in space?, Joe Satriani
82. Brave new world, Iron Maiden
83. Le roi des ombres, M
84. Real illusions: reflections, Steve Vai
85. Liberté, Cheb Khaled
86. Il vuoto, Franco Battiato
87. Death magnetic, Metallica
88. Elettra, Carmen Consoli
89. Working on a dream, Bruce Springsteen
90. Magnification, Yes
91. Rohmer, Rohmer
92. A night at the opera, Blind Guardian
93. Pezzi, Francesco De Gregori
94. Capital, Lyapis Trubetskoy
95. Snakes & arrows, Rush
96. Have a nice day, Bon Jovi
97. All that I am, Santana
98. The Marshall Mathers LP, Eminem
99. Dante XXI, Sepultura
100. Out of noise, Ryuichi Sakamoto
domenica 24 luglio 2011
Motivazione del Premio Lunezia Pop ai Pooh, di Marco DI Pasquale

Redazione Musical-Letteraria Lunezia 2011
SEZIONE: «PREMI DI GENERE»
Analisi musical-letteraria
dell’album Dove comincia il sole
dei Pooh
Premio Lunezia Pop 2011
L’album fonde gli stili più vari in una miscela pop che può vantare l’icona sonora vocale dello storico gruppo, il quale, come i più grandi artisti di questo genere, è capace di rinnovarsi pur mantenendo lo stesso impatto sonoro: «icone immortali del pop [...] hanno incentivato continuamente il loro successo rilanciando la loro immagine, ma soprattutto affidando all’icona musicale il ruolo essenziale di coinvolgere le folle e di stimolarne il gusto» e questo perché «gli artisti pop destinati a lasciare un segno nella storia della musica spesso introducono una condizione di “conflitto” nel loro sé incarnato in fasi precedenti» . Proprio in tale capacità di essere se stessi ed essere altri al contempo è la forza che sorregge anche questa nuova fatica dei Pooh.
Rock e fusion, musica leggera e progressive, con punte persino di metal scandinavo, si incontrano con disinvoltura nei vari brani, così come nel pezzo di lancio Isabel: azzardi melodivi alla Stevie Wonder si intrecciano meravigliosamente come a imitare rispostine di fiati a una canzone che sembra non esserci, e invece si svela nella calma della digressione, che trasforma la sessione in un evento prog a tutti gli effetti.
Musicalmente rappresentativa di tutto l’album è quindi Isabel. Sul versante dei testi si svela invece una proliferazione di fantasia. Dall’amore e l’amicizia di Amica mia, al fantasy de L’aquila e il falco, giustamente accompagnata da punte di metal nordico. Dalla rivalsa personale di Questo sono io, alla tipica e innovativa esaltazione del mestiere del musicista in Musica. Dalle atmosfere oniriche di una nuova atlantide nelle tracce d’aperture Dove comincia il sole, a un tutt’altro che banale tema sociale di Fammi sognare, dove si respira un profumo di speranza vera nei versi: «Sogno che la gente attraversi il mare per la voglia di viaggiare, non per fame o per scappare via»; e nell’enjambement musicale e metrico che lascia da sola la parola “via” per un tipico acuto di Facchinetti, si dimostra la possenza iconica sonora dei Pooh.
Analisi Musical-Letteraria di Marco Di Pasquale
lunedì 4 luglio 2011
Il muro delle acque
«Riporta i ragazzi a casa»
Poi aggiunse:«Tengo io il posto».
Michi e la Lory erano diventati insopportabili: la piccola ogni dieci minuti chiedeva quando ce ne andiamo papi? e il grande doveva far la pipì (a casa aveva detto di no).
«Va’, riporta i ragazzi a casa».
Davide aveva messo su la solita maglietta demoniaca di gruppi che conosceva solo lui. La detestavo; lo aveva fatto apposta. Era una maglietta vecchia, ingrigita. Risaliva ai tempi dell’università, quando ci eravamo appena conosciuti. Facoltà di giurisprudenza, terzo piano, scala A. Davide era un tipo non bellissimo, ma aveva spalle grandi e chiappe alte. In più sapeva ammaliarti; sarebbe stato un grande avvocato. Poi successe quel che successe e al posto del Foro trovammo Michi.
All’inizio era tutto fantastico: lui iniziò a lavorare in un piccolo cinema e io facevo mezza giornata come segretaria. Quella maledetta maglietta la metteva spesso e, col tempo, come sempre succede, il tessuto iniziò ad allargarsi, perse il colore; persino il mostriciattolo sotto il logo sembrava più triste, rassegnato all’usura del tempo. Quante volte ero stata tentata di gettarla nella pattumiera quando vuotavo la lavatrice! ma non me l’avrebbe perdonata e sarebbero state liti infinite.
Davide aveva perso grinta, loquacità; si era completamente seduto sulla sua vita, sul lavoro al cinema e anche su di me. La cosa più frustrante di questo mondo è essere la moglie di un frustrato.
Anche per il concerto; l’idea era stata mia. Io avevo sentito che Waters veniva a Milano; io avevo comprato i biglietti con tanti mesi d’anticipo; io li avevo pagati, di tasca mia. Quattro posti in piedi, bimbi compresi. Pensavo sarebbe stata una cosa carina, anche per quel coro degli scolaretti in The Wall. Una cosa carina.
Lui non l’avrebbe mai fatto. Quando gli presentai l’idea commentò quel gruppo di frocetti?
Per Davide se la cassa non ti schiaffeggia e la chitarra non ti spacca le orecchie, non è mica musica.
«Mamma, pipì»
A me invece piacevano tanto. Ci avevo passato la giovinezza.
«Quando andiamo a casa papi?»
Ascoltarli era come dare parole a quello che sentivo della mia vita. Parole musicate.
«Riporta i ragazzi a casa»
E che musica! E che spettacolo!
Oh, li avrei riportati a casa. Avrei chiamato mamma e lei li avrebbe tenuti volentieri, per una sera. Ti puoi sempre fidare della mamma.
Risolta la pratica Michi/Lory avrei dovuto ributtarmi tra i diecimila fratelli-fan e ritrovare Davide. Preferii fermarmi in un bar, prima. Fare pipì, prendere una bottiglietta d’acqua.
Trovai un ristorante, ma sembrava chiuso. Solo che non c’era altro lì vicino, così provai ad entrare. La porta scivolò sui cardini senza alcun cigolio; c’era poca luce ed uno spazio vuoto e silenzioso. Da una porta laterale, a sinistra del ricco bancone, filtrava della luce.
«C’è qualcuno lì dentro?», chiesi. Non ci fu risposta, ma avvertii distintamente un colpo di tosse, o una voce che tentava di schiarirsi, e mi avvicinai.
«C’è qualcuno lì dentro?»
Sentii parlottare senza riuscire a comprendere le parole, poi qualcuno camminò nella mia direzione.
«Buonasera signora, mi dica»
«Salve, una mezza minerale non gasata, per piacere»
«Arriva», e sparì nuovamente dietro la porta. Mi avvicinai d’istinto, non so perché lo feci. Alla fine entrai.
Scoprii così una piccola sala, molto elegante, tutta bianca con i mobili e i tavolini neri. Ad uno di questi tavoli c’era un uomo. Sulle prime non lo riconobbi, poi la memoria automatica mi venne in soccorso. Pretty Woman! Era Richard Gere! Incartapecorito, ingrigito, ma sempre Richard Gere! Wow!
Non ci avrebbe creduto nessuno… Gere che beveva la sua acqua con relativa fettina di limone e riposava su una sedia minimalista, nella periferia di Milano.
No.
Aspetta…
«Excuse me, sir…»[1]
«Uh?!»
«Mr. Waters?»
«In the flesh!»
Tentennai. Poi lo abbracciai e dissi:«Thank you»
Sulle prime tremò d’imbarazzo. Poi mi abbracciò anche lui e, sorridendo, «Welcome, cherie»
Alla prossima.
[1] «Mi scusi, signore…»
«Uh?!»
«Il signor Waters?»
«In persona!»
«Grazie»
«Prego, cara»
lunedì 20 giugno 2011
LA MUSICA IN ANDORRA
LA MUSICA IN ANDORRA
L’Andorra è una piccola nazione sui Pirenei, a metà tra la Francia e la Spagna. A metà è anche la sua cultura e quindi la sua musica, anche se più rivolta alla Spagna, o meglio alla cultura catalana. È infatti in questa lingua che si esprime la danza popolare sardana, mentra in questa e altre lingue si esprime l’altra danza degna di nota, cioè la marratxa.
Sempre in catalano canta una delle poche cantanti pop: Marta Roure. La sua Jugarem a estimar nos si fonda sulla struttura ben consolidata di str. + rit. + str. + rit. + variazione + rit.; ma nella sua semplicità melodica è godibile per la dolce voce della cantante, inzuccherata dall’esotocità del catalano, una lingua che raramente si sente nella musica. Un’altra sua canzone degna di nota è Boig per tu.
Si può anche accennare a un’altra cantante, Susanne Georgi che ne La teva decisio (your decision) mischia catalano e inglese per raggiungere un pubblico più vasto, e ha una bella intuizione nel creare un ponte tra str. e rit. che spezza la solita sonorità pop con una specie di secco elettropop, con una tastiera ritmata che fa il verso alla melodia anche’essa molto spezzata in sillabe. Tutto sommato il risultato è molto pop, ma non dilettante.
L’Andorra è una piccola nazione sui Pirenei, a metà tra la Francia e la Spagna. A metà è anche la sua cultura e quindi la sua musica, anche se più rivolta alla Spagna, o meglio alla cultura catalana. È infatti in questa lingua che si esprime la danza popolare sardana, mentra in questa e altre lingue si esprime l’altra danza degna di nota, cioè la marratxa.
Sempre in catalano canta una delle poche cantanti pop: Marta Roure. La sua Jugarem a estimar nos si fonda sulla struttura ben consolidata di str. + rit. + str. + rit. + variazione + rit.; ma nella sua semplicità melodica è godibile per la dolce voce della cantante, inzuccherata dall’esotocità del catalano, una lingua che raramente si sente nella musica. Un’altra sua canzone degna di nota è Boig per tu.
Si può anche accennare a un’altra cantante, Susanne Georgi che ne La teva decisio (your decision) mischia catalano e inglese per raggiungere un pubblico più vasto, e ha una bella intuizione nel creare un ponte tra str. e rit. che spezza la solita sonorità pop con una specie di secco elettropop, con una tastiera ritmata che fa il verso alla melodia anche’essa molto spezzata in sillabe. Tutto sommato il risultato è molto pop, ma non dilettante.
lunedì 6 giugno 2011
ANDATE A VOTARE AL REFERENDUM!
ANDATE A VOTARE AL REFERENDUM! (e possibilmente, votate sì)
giovedì 19 maggio 2011
LA MUSICA IN ARGENTINA
LA MUSICA IN ARGENTINA
Il tango nel paese d’argento non è nè il punto di partenza, nè il punto d’arrivo, ma il fulcro di passaggio, potremmo certamente dire fondamentale, specie per la risonanza internazionale che questo ballo ebbe nel mondo, a partire, pensate un po’, dai primi del Novecento, più o meno negli anni ’20 in Europa, anche se ogni tanto ci sembra di (ri)scoprirlo per la prima volta. E col tango al centro, la più bella storia argentina parte dalle danze popolari e arriva al più grande artista di questo paese, che, come accade purtroppo solo raramente, è una donna: Mercedes Sosa.
Una storia che racchiude quasi tutta la musica più saliente dell’Argentina, ad eccezione di quella parte della classica del Novecento, che vede nella grnade figura inventiva di Maurice Kagel, il merito di ottenere un posto di rilievo nell’avanguardia internazionale, caso raro per un paese che non appartiene all’Europa o al Nord-America. Ma non dobbiamo scordarci che stiamo parlando di uno di quei due grandi paesi sudamericani che partecipano alla cultura occidentale, molte volte superandola, o almeno superandola nei settori più popolari e popular: sto parlando naturalmente del Brasile, in cui se la musica classica non ha avuto gli ottimi risultati argentini (a parte l’opera grazie a Villa-Lobos), le danze e le musiche popolari, diventate ormai popular, hanno conosciuto uno sviluppo maggiore, forse perchè meno adatte all’operazione che farà del tango il maestro Piazzolla nella musica classica. Ma la carne è tanta, e procediamo con ordine.
Come appunto avverrà per altri paesi sudamericani, la musica popolare argentina ha qualcosa di naturalmente superiore perché fusione di tre quinti del mondo: l’America (cioè i nativi), l’Europa (quindi i colonizzatori) e l’Africa (gli schiavi importati per lavorare). Quest’ultima componente è meno influente qui di come lo sarà per esempio in Brasile. La fusione comunque comporta questa peculiare caratteristica della musica: l’effetto biritmico tra melodia e accompagnamento, un continuo sfasamento fra gli schemi ritmici della voce (o melodia suonata) e accompagnamento. È quella caratteristica che ci fa riconoscere immediatamente un tango: quando ascoltiamo il classico La cumparsita, sul ritmo incalzante si strascica la melodia, in un gioco forse anche ovvio; ma ascoltiamo una delle evoluzioni massime del tango, ad esempio Libertango di Astor Piazzolla, e si capirà come al ritmo incalzante, scrosciante, quasi da temporale con percussioni e archi impazziti che si intrecciano in un accompagnamento che un jazzista definirebbe fusion, si contrappone la famosa melodia con note allungate.
È quindi una tradizione che parte da danze popolari, come la zamba (interessante a riguardo la popolare Mi tierra) proposta anche molto col cantato, oppure il bailecito. Numerose sono le musiche, anche se risulta difficile stabilirne dei confini netti per distinguerle. Tranne alcuni canti religiosi di origine prettamente europea come le saetas, tutte queste musiche presentano la peculiarità biritmica, come la chacarera, proposta dal fantasioso gruppo Los Carabajal. È infatti straordinaria all’ascolto la varietà d’inventiva pur negli stessi schemi e con i soliti strumenti, un’altra peculiarità questa del popolo sudamericano tutto, come sarà per esempio nella savia andina di Bolivia e Cile.
Passando per altri generi, come la famosa milonga, si arriva quindi al tango, che nasce alla fine dell’800, e si sviluppa in vari filoni. A parte quelli che tutti conosciamo, è da ascoltare il filone strumentale detto tango-milonga, quasi irriconoscibile per le nostra abitudini, e consiglio a proposito Boedo di Julio De Caro. Il tango è quindi veramente la musica rappresentativa di questo paese: per i motivi di incastro ritmico che abbiamo detto; ma anche perché si è tramutato in molte forme, come quella più sociale di Carlos Gardel (1887-1935); ed è entrato nella musica classica argentina, che come la maggior parte della musica classica dei paesi non “europeizzanti”, fonde il tessuto popolare autoctono con le forme europee, spezzando ancor di più quel limite labile tra musica colta-popolare-popular. Di questi compositori abbiamo già accennato a Piazzolla, che entra nelle storie della musica in tutti i generi. Ma mi piace citare Alberto Williams: ascolate per esempio tra le sue Cinque milonghe, la n. 4 Luciérnagas en la redecilla de mi china, e si sentirà in un solo pianoforte il profumo di chi è europeo e per questo compone, e il profumo di chi suona e per questo è sudamericano, e mischia vertiginose scale alla ricerca di se stesso nell’incastro di ritmi di milonga.
Alberto Ginastera ci permette di concludere la parabola classica, perché è un compositore che racchiude in sè, nella sua continua sperimentazione, Williams e Kagel, essendo passato dalla riproposizione del popolare (forse troppo etnomusicologica) all’avanguardia.
Più che parlare di qualche opera di Kagel, è bello riassumere per i profani i gesti avanguardistici più significativi di questo grande musicista: primo esecutore di musica concreta in Argentina; primo a impiegare a un testo verbale come puro materiale fonetico senza badare al significato, nel 1953-58 con Anagrama, nella cui esecuzione si richiedevano, oltre al canto, urli, schiocchi e fischi; insieme agli avanguardisti italiani, è il primo a trattare la musica seriale in modo scherzoso e non troppo serioso, specie nel teatro; nella sua opera Match due violoncellisti fanno a gara di acrobazie; prima di Tactil i musicisti compiono ridicoli esercizi ginnici di riscaldamento; in Der atem lo strumentista pulisce continuamente il suo strumento a fiato, borbotta delle frasi, e a volte suona qualche nota; in Sonant del 1961 inserisce nell’organico una chitarra elettrica. Questi racconti fanno capire che Kagel è forse più interessante negli aneddoti che nella musica in sè, o tutt’al più è interessante guardare; ma ci sono delle composizioni godibili, come le serie Ludwig Van; così in lui come in altri avanguardisti argentini come Gerardo Gandini nella sua Silbando.
C’è però una storia da concludere, molto più importante: dal fulcro del tango, si diceva, si sono sviluppati vari tipi di tango e una parte consistente della musica classica, ma soprattutto cantanti di popular music, con due temi fondamentali, l’amore e la lotta sociale, senza che un genere escluda l’altro per un artista. Se si ascolta Amor de mis amores di Soledad Pastorutti, si capisce come l’incastro ritmico sia in fondo un modo di fare delle canzoni interessanti. È difficile che però un cantante riesca a infilare più di una bella canzone di seguito sul tema dell’amore, e magari si finisce per perdere l’origine originale e finire nel canale del pop, come Luciano Pereyra. Meglio buttarsi sul sociale; ma anche qui si può rischiare la ripetitività, perdendo le solite origini, come forse accade a Evaristo Barrios.
Chi non perde nulla del passato, pur innovando continuamente, è Mercedes Sosa, sicuramente la stella argentina. La voce di questa cantante e interprete straordinaria esprime già da sola la passione di secoli di incontri musicali. E quando questa si fonda su ritmi e ritmiche particolari, come Chacarera del 55, si capisce di cosa sto parlando. La maturità raggiunta le permette di affrontare anche delle ninna-nanne come novità: Duerme negrito raccomanda al bimbo di dormire tranquillamente, perché la madre sta nel campo a lavorare duramente per la sua pace, e proprio nella grana della voce si comprende come la pace del bimbo sia l’unica vera paga per la madre. In Te recuerdo Amanda affronta ancora una volta il tema sociale, ma stavolata gli operai e l’amore tra un uomo e una donna; questa canzone sembra iniziare con un accompagnamento piano, europeo nella sua semplicità; ma quando il racconto arriva all’incontro tra Amanda e Manuel, e ai loro cinuqe minuti in cui la vita può essere eterna, ecco che la chitarra esplode nella gioia ritmica sudamericana; e pare proprio simbolismo quello di associare al lavoro di fabbrica il piano accompagnamento pop europeo, e alla gioia di cinque minuti eterni la fantasia ritmica sudamericana, come a dire che gli Europei hanno portato la fabbrica, ma la vita vera è solo argentina, anche se ridotta a pochi minuti di pausa, pochi minuti come quelli di una canzone. A questo traslato tra vita e canzone è dedicato uno dei suoi capolavori Se si calla el cantor: la portata rivoluzionaria del canto è affermata con la motivazione di una morte fisica e morale “se tace il cantante”, perché il silenzio diventa tacere davanti ai soprusi dell’umanità, che portano alla morte, e quindi la canzone vale più di un sindacato, perché sa parlare a tutto il mondo.
Il tango nel paese d’argento non è nè il punto di partenza, nè il punto d’arrivo, ma il fulcro di passaggio, potremmo certamente dire fondamentale, specie per la risonanza internazionale che questo ballo ebbe nel mondo, a partire, pensate un po’, dai primi del Novecento, più o meno negli anni ’20 in Europa, anche se ogni tanto ci sembra di (ri)scoprirlo per la prima volta. E col tango al centro, la più bella storia argentina parte dalle danze popolari e arriva al più grande artista di questo paese, che, come accade purtroppo solo raramente, è una donna: Mercedes Sosa.
Una storia che racchiude quasi tutta la musica più saliente dell’Argentina, ad eccezione di quella parte della classica del Novecento, che vede nella grnade figura inventiva di Maurice Kagel, il merito di ottenere un posto di rilievo nell’avanguardia internazionale, caso raro per un paese che non appartiene all’Europa o al Nord-America. Ma non dobbiamo scordarci che stiamo parlando di uno di quei due grandi paesi sudamericani che partecipano alla cultura occidentale, molte volte superandola, o almeno superandola nei settori più popolari e popular: sto parlando naturalmente del Brasile, in cui se la musica classica non ha avuto gli ottimi risultati argentini (a parte l’opera grazie a Villa-Lobos), le danze e le musiche popolari, diventate ormai popular, hanno conosciuto uno sviluppo maggiore, forse perchè meno adatte all’operazione che farà del tango il maestro Piazzolla nella musica classica. Ma la carne è tanta, e procediamo con ordine.
Come appunto avverrà per altri paesi sudamericani, la musica popolare argentina ha qualcosa di naturalmente superiore perché fusione di tre quinti del mondo: l’America (cioè i nativi), l’Europa (quindi i colonizzatori) e l’Africa (gli schiavi importati per lavorare). Quest’ultima componente è meno influente qui di come lo sarà per esempio in Brasile. La fusione comunque comporta questa peculiare caratteristica della musica: l’effetto biritmico tra melodia e accompagnamento, un continuo sfasamento fra gli schemi ritmici della voce (o melodia suonata) e accompagnamento. È quella caratteristica che ci fa riconoscere immediatamente un tango: quando ascoltiamo il classico La cumparsita, sul ritmo incalzante si strascica la melodia, in un gioco forse anche ovvio; ma ascoltiamo una delle evoluzioni massime del tango, ad esempio Libertango di Astor Piazzolla, e si capirà come al ritmo incalzante, scrosciante, quasi da temporale con percussioni e archi impazziti che si intrecciano in un accompagnamento che un jazzista definirebbe fusion, si contrappone la famosa melodia con note allungate.
È quindi una tradizione che parte da danze popolari, come la zamba (interessante a riguardo la popolare Mi tierra) proposta anche molto col cantato, oppure il bailecito. Numerose sono le musiche, anche se risulta difficile stabilirne dei confini netti per distinguerle. Tranne alcuni canti religiosi di origine prettamente europea come le saetas, tutte queste musiche presentano la peculiarità biritmica, come la chacarera, proposta dal fantasioso gruppo Los Carabajal. È infatti straordinaria all’ascolto la varietà d’inventiva pur negli stessi schemi e con i soliti strumenti, un’altra peculiarità questa del popolo sudamericano tutto, come sarà per esempio nella savia andina di Bolivia e Cile.
Passando per altri generi, come la famosa milonga, si arriva quindi al tango, che nasce alla fine dell’800, e si sviluppa in vari filoni. A parte quelli che tutti conosciamo, è da ascoltare il filone strumentale detto tango-milonga, quasi irriconoscibile per le nostra abitudini, e consiglio a proposito Boedo di Julio De Caro. Il tango è quindi veramente la musica rappresentativa di questo paese: per i motivi di incastro ritmico che abbiamo detto; ma anche perché si è tramutato in molte forme, come quella più sociale di Carlos Gardel (1887-1935); ed è entrato nella musica classica argentina, che come la maggior parte della musica classica dei paesi non “europeizzanti”, fonde il tessuto popolare autoctono con le forme europee, spezzando ancor di più quel limite labile tra musica colta-popolare-popular. Di questi compositori abbiamo già accennato a Piazzolla, che entra nelle storie della musica in tutti i generi. Ma mi piace citare Alberto Williams: ascolate per esempio tra le sue Cinque milonghe, la n. 4 Luciérnagas en la redecilla de mi china, e si sentirà in un solo pianoforte il profumo di chi è europeo e per questo compone, e il profumo di chi suona e per questo è sudamericano, e mischia vertiginose scale alla ricerca di se stesso nell’incastro di ritmi di milonga.
Alberto Ginastera ci permette di concludere la parabola classica, perché è un compositore che racchiude in sè, nella sua continua sperimentazione, Williams e Kagel, essendo passato dalla riproposizione del popolare (forse troppo etnomusicologica) all’avanguardia.
Più che parlare di qualche opera di Kagel, è bello riassumere per i profani i gesti avanguardistici più significativi di questo grande musicista: primo esecutore di musica concreta in Argentina; primo a impiegare a un testo verbale come puro materiale fonetico senza badare al significato, nel 1953-58 con Anagrama, nella cui esecuzione si richiedevano, oltre al canto, urli, schiocchi e fischi; insieme agli avanguardisti italiani, è il primo a trattare la musica seriale in modo scherzoso e non troppo serioso, specie nel teatro; nella sua opera Match due violoncellisti fanno a gara di acrobazie; prima di Tactil i musicisti compiono ridicoli esercizi ginnici di riscaldamento; in Der atem lo strumentista pulisce continuamente il suo strumento a fiato, borbotta delle frasi, e a volte suona qualche nota; in Sonant del 1961 inserisce nell’organico una chitarra elettrica. Questi racconti fanno capire che Kagel è forse più interessante negli aneddoti che nella musica in sè, o tutt’al più è interessante guardare; ma ci sono delle composizioni godibili, come le serie Ludwig Van; così in lui come in altri avanguardisti argentini come Gerardo Gandini nella sua Silbando.
C’è però una storia da concludere, molto più importante: dal fulcro del tango, si diceva, si sono sviluppati vari tipi di tango e una parte consistente della musica classica, ma soprattutto cantanti di popular music, con due temi fondamentali, l’amore e la lotta sociale, senza che un genere escluda l’altro per un artista. Se si ascolta Amor de mis amores di Soledad Pastorutti, si capisce come l’incastro ritmico sia in fondo un modo di fare delle canzoni interessanti. È difficile che però un cantante riesca a infilare più di una bella canzone di seguito sul tema dell’amore, e magari si finisce per perdere l’origine originale e finire nel canale del pop, come Luciano Pereyra. Meglio buttarsi sul sociale; ma anche qui si può rischiare la ripetitività, perdendo le solite origini, come forse accade a Evaristo Barrios.
Chi non perde nulla del passato, pur innovando continuamente, è Mercedes Sosa, sicuramente la stella argentina. La voce di questa cantante e interprete straordinaria esprime già da sola la passione di secoli di incontri musicali. E quando questa si fonda su ritmi e ritmiche particolari, come Chacarera del 55, si capisce di cosa sto parlando. La maturità raggiunta le permette di affrontare anche delle ninna-nanne come novità: Duerme negrito raccomanda al bimbo di dormire tranquillamente, perché la madre sta nel campo a lavorare duramente per la sua pace, e proprio nella grana della voce si comprende come la pace del bimbo sia l’unica vera paga per la madre. In Te recuerdo Amanda affronta ancora una volta il tema sociale, ma stavolata gli operai e l’amore tra un uomo e una donna; questa canzone sembra iniziare con un accompagnamento piano, europeo nella sua semplicità; ma quando il racconto arriva all’incontro tra Amanda e Manuel, e ai loro cinuqe minuti in cui la vita può essere eterna, ecco che la chitarra esplode nella gioia ritmica sudamericana; e pare proprio simbolismo quello di associare al lavoro di fabbrica il piano accompagnamento pop europeo, e alla gioia di cinque minuti eterni la fantasia ritmica sudamericana, come a dire che gli Europei hanno portato la fabbrica, ma la vita vera è solo argentina, anche se ridotta a pochi minuti di pausa, pochi minuti come quelli di una canzone. A questo traslato tra vita e canzone è dedicato uno dei suoi capolavori Se si calla el cantor: la portata rivoluzionaria del canto è affermata con la motivazione di una morte fisica e morale “se tace il cantante”, perché il silenzio diventa tacere davanti ai soprusi dell’umanità, che portano alla morte, e quindi la canzone vale più di un sindacato, perché sa parlare a tutto il mondo.
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